Una premessa: di PUC si parla ormai dal 1992, o meglio dal 1989 con l’affidamento degli incarichi professionali per le varianti al Programma di fabbricazione. (1989/2009 vent’anni!!! quattro o cinque campagne elettorali, e altrettanti sindaci, e tre commissari prefettizi!!)

puc

Il Consiglio comunale del 22 dicembre 2008  ha discusso e approvato gli indirizzi politici per la adozione del PUC (Delibera 132/2008).

Le linee di indirizzo non sono il PUC vero e proprio, ma sono le scelte politiche e le indicazioni generali per i professionisti incaricati dal Comune che devono predisporre gli aspetti tecnici del Piano. Sono il presupposto tecnico-politico indispensabile per riprendere l’iter approvativo dello strumento urbanistico, dopo le osservazioni della Regione sul PUC già adottato dal consiglio comunale  nel 2007.

Le linee di indirizzo sono state presentate dalla nuova amministrazione di centrodestra, a conferma e ad integrazione delle precedenti già approvate nel 2006; sono state approvate all’unanimità (19 votanti) del Consiglio comunale, come peraltro avvenne nel 2006, con l’impulso della Giunta di centrosinistra.

Quali gli aspetti caratterizzanti dell’atto approvato il 22 dicembre 2008, quali le novità??

Innanzitutto alcuni dettagli e un po’ di cronistoria, per chi ha la pazienza di leggere!!

1.       Primo PUC discusso e adottato dal Consiglio comunale ad aprile 1997 (Giunta Casula – centrosinistra);

2.       Revoca del PUC già adottato ad aprile,  in un consiglio comunale del 01 settembre 1997 (Giunta Mereu – centrodestra);

3.       Bozza di PUC del 1999/2000 presentata al Consiglio comunale e mai portata alla discussione (Giunta Mereu – centrodestra);

4.       Commissario prefettizio 2001/2003;

5.       Linee di indirizzo,  proposte dalla Giunta Casula e dal centrosinistra; approvate all’unanimità dal Consiglio Comunale in data 27.03.2006 (delibera n.46);

6.       PUC deliberato e adottato in data 13 febbraio 2007 (delibera n.17) a maggioranza: con il voto dei consiglieri comunale del centrosinistra   e del sindaco;

7.       Sul PUC a seguito della prescritta pubblicazione sono state presentate numerose osservazioni, sia da cittadini, che da consiglieri comunali (della minoranza di centrodestra del precedente consiglio comunale, che attualmente  invece ha il ruolo di maggioranza consiliare);

8.       L’amministrazione regionale – Assessorato degli Enti Locali ha formulato alcune osservazioni in sede della  verifica di coerenza prevista da apposita normativa regionale;

9.       In fase istruttoria l’amministrazione comunale di centrosinistra tra il 2007 e il 2008  ha apportato dei correttivi richiesti dalla Regione, ha riformulato nuovi elaborati tecnici, nuove cartografie, nuove perimetrazioni del territorio. La nuova proposta  è stata depositata agli atti del consiglio comunale a giugno 2008:  non è stata però discussa dal consiglio appositamente convocato (il 11 giugno  2008, in piena campagna elettorale) ma di fatto rinviata al nuovo consiglio da eleggere;

10.   Il percorso amministrativo del PUC così è stato sospeso.

E’ alquanto difficile districarsi in queste alternanze di maggioranza e opposizione: però dal 1993 ad oggi questo è successo; questo è quanto fatto dalla classe politica locale; questi i fatti  di cui tener conto. La costante che emerge è l’alternanza di maggioranze centrosinistra / centrodestra.

La certezza per la comunità  di Assemini è l’incompiuta del PUC.

Ma torniamo alle novità delle linee di indirizzo approvate recentemente.

Innanzitutto sono confermate, tutte le linee di indirizzo approvate nel 2006!! Inevitabili le modifiche, alcune indicate dalla Regione; appaiono  nuove indicazioni e proposte inserite dall’attuale amministrazione!!!

Alcune integrazioni/rettifiche delle precedenti linee di indirizzo riguardano il territorio di pianura .

  • il ridimensionamento della zona D6 per servizi generali di interesse dell’area vasta del cagliaritano;
  • conferma della destinazione di aree per l’insediamento di attività produttive-artigianli, Zona D2; la delimitazione è modificata secondo le indicazioni della Regione; le aree coinvolte si estendono lungo la direttiva viaria Assemini-Sestu e all’interno di confini naturali;
  • conferma del comparto sportivo della zona G7; ampliamento della medesima G7 fino alla SS130 da destinare a servizi generali di carattere sportivo e di interesse generale;
  • conferma dello spostamento della SS 130, su tracciati esistenti ai fini di maggiore protezione dell’abitato da fattori inquinanti e di rischio derivanti dal traffico;
  • conferma dell’impegno a individuare un’idonea zona omogenea in cui favorire lo sviluppo di una edificazione di tipo estensivo sulla scorta del concetto città – giardino. Tale zona dovrà consentire il collegamento funzionale e strutturale, anche tramite idonea viabilità, tra la zona G7 e la zona D2.

Su questa tematica è il caso di spendere qualche ulteriore notizia. Questa è infatti una novità rispetto al PUC approvato nel 2007; introduce una volontà, un impegno che il Consiglio comunale, con deliberazione n.23 del 29 febbraio 2008  aveva votato a maggioranza dei consiglieri presenti, compreso il voto favorevole del sindaco. In quella occasione dopo discussione su una mozione politica relativa a controlli e sopralluoghi tecnici su fabbricati in zona agricola che coinvolgevano cittadini e amministratori, il Consiglio si era impegnato “ad individuare un’idonea zona omogenea in cui favorire lo sviluppo di una edificazione di tipo estensivo sulla scorta del concetto di città – giardino, al fine di dare risposta all’esigenza del vivere in campagna e al contempo impedire una edificazione disarticolata e distribuita su tutto il territorio”. Ma questo concetto di città-giardino emerse già in sede di discussione delle linee di indirizzo discusse  nel 2006, ma non ebbe seguito.

Su questa nuova zona “residenziale”  il dibattito consiliare del 22 dicembre 2008  ha fatto emergere le perplessità e divergenze del gruppo di centrosinistra rispetto alla proposta del centrodestra.

  • Riguardo al territorio urbano sono introdotte due importanti integrazioni che riguardano l’attivazione dei Piani Integrati: a) è introdotta la previsione di indici territoriali medi similari; b) i perimetri di questi PIN debbono essere riverificati sulla base delle problematiche di tipo idrogeologico sulla base della isoipsa 3,5 s.l.m. Quest’ultimo aspetto significa che le edificazioni non sono possibili in aree di altezza inferiore (alla curva di livello) di metri 3,5.

Altri aspetti importanti delle linee di indirizzo approvate il 22 dicembre scorso: a) adeguamento del PAI (Piano di Assetto Idrogeologico) al PUC, prevedendo gli interventi di mitigazione idraulica necessari per la sicurezza del territorio; b) riscontro alle osservazioni formulate da cittadini al PUC approvato nel 2007.

Infine una scadenza, importante per i gruppi politici e per i cittadini : entro il 31 marzo 2009 la nuova pianificazione dovrà essere depositata all’attenzione del consiglio comunale. Questo l’impegno di tutto il consiglio comunale, ma soprattutto dell’amministrazione di centro destra che non vuole ripetere l’errore del 1997, quando revocò il PUC già adottato, lasciando la comunità, cittadini, operatori, tecnici  per altri 11 anni senza strumento di pianificazione del territorio.

Il dibattito del Consiglio ha fatto emergere differenti posizioni sulle scelte e sugli indirizzi proposti dall’Assessore e dal Sindaco e dalla maggioranza consiliare di centrodestra, che ora ha la responsabilità dell’iniziativa e della proposta politica assegnatale dagli elettori. La votazione è stata espressa sulla proposta complessiva di linee di indirizzo: ha prevalso l’interesse e l’opportunità di una votazione unanime su un documento di indirizzi politici, con l’intento di salvaguardare il Piano già adottato nel 2007 introducendo le correzioni / integrazioni indicate dalla Regione!!  Alla attuale minoranza del centrosinistra spetta l’onere di difendere e salvaguardare l’impianto della precedente pianificazione, con l’obiettivo prioritario di portare ad esistenza il Piano urbanistico.

Già circolano le prime indiscrezioni sulle perimetrazioni, zonizzazioni urbanistiche del territorio…Niente di nuovo:  è dal 1992 che va avanti così, purtroppo!!!   Nel frattempo in attesa del PUC ufficiale,  il PUC concreto sul territorio urbano e soprattutto extraurbano  lo stanno già facendo gli asseminesi.

La ripresa dei lavori del consiglio comunale sul Piano urbanistico è un impegno elettorale, certo! ma soprattutto è un impegno morale del consiglio comunale tutto nei confronti della comunità di Assemini.

Il confronto politico tra maggioranza e opposizione va avanti. In termini propositivi, costruttivi e di senso responsabilità con l’obiettivo dell’interesse generale. Su questi essenziali aspetti si sono finora consumate  maggioranze politiche e interrotte esperienze consiliari-amministrative.

Questa occasione non deve essere sprecata: sarebbe il fallimento della politica ad Assemini.

Ignazio Nioi – consigliere comunale P.D.
27 gennaio 2009

5 Responses to “Piano Urbanistico Comunale: linee di indirizzo e novità.”

  1. Roberto Spina Says:

    È da un po’ che mi sono ripromesso di buttar giù qualche pensiero riguardo a queste linee guida sul Piano Urbanistico Comunale. Si, perché c’è qualcosa che devo proprio dire. Premessa (tanto per dare il giusto senso alle cose: io non ho mai redatto un piano urbanistico e il fatto che abbia frequentato i testi non fa di me un esperto, ma al più, per ora, un orecchiante, un cittadino orecchiante.
    Non voglio intervenire sulla generalità delle scelte strategiche maturate fino a qui. Non ancora almeno, anche perché quando eventualmente dovessi farlo, non vorrei essere solo, perché sarà un lavoro titanico, forse anche più complicato della redazione stessa del piano e necessiterebbe di molte competenze e di molti punti di vista diversi. Due cose però, peraltro strettamente connesse, hanno subito attirato la mia attenzione: la volontà di traslare il percorso della SS. 130 e l’idea di panificare un’area residenziale a carattere estensivo secondo i principi della città giardino. La città giardino? Sinceramente ho avuto un sobbalzo. Seppure fosse stato trattato con la organicità necessaria (e non lo è stato), pochi principi sono così antistorici come quello della città giardino. Può essere utile definire il contesto che ha visto sorgere (e tramontare) il movimento delle città giardino: Inghilterra, fine del XIX secolo. La prima (! – oggi saremmo nel pieno della terza) rivoluzione industriale sconvolge le città, centinaia di migliaia di contadini lasciano le campagne per andare a vivere, in condizioni pessime, vicino alle fabbriche, che sorgevano senza alcuna pianificazione proprio dentro le stesse città. Gerarchie, dimensioni, strutture e rapporti consolidati che consentivano la lettura e la fruizione di quelle città furono spazzati via. Di fronte alla febbre caotica che colpì le città (come organismi sotto l’attacco di un batterio sconosciuto quali erano le fabbriche), nella concitazione per la ricerca della cura, alcuni teorizzarono e l’ordine e la bellezza estetica delle Città giardino. Non solo la storia, ma anche la cronaca, disse subito che quella “cura” era però sbagliata: “Si può calcolare facilmente che se questo sviluppo estensivo diventasse la regola, entro un certo periodo di tempo ci sarebbe poca vera e propria campagna disponibile. Questo fatto sta iniziando ad essere noto, ci sarà una reazione contro questo modo di edificare…”, vedete, se ne era già accorto Trystan Edwards ed era il 1913. “Un razionale sviluppo della città è concepibile, quando tutti gli abitanti risiedono in una casa di proprietà con giardino? Io credo di no” sosteneva Walter Gropius nel 1930, durante i lavori del III CIAM. Ora io mi chiedo: ma è possibile che un principio sintetizzato per un contesto spazio-temporale tanto diverso, che pure attuato in tutta la sua ampiezza è fallito, possa essere adatto per essere attuato, per pezzi, ad Assemini, nel pieno della terza rivoluzione industriale e possa rivelarsi utile e vantaggioso? Beh, credo che sia legittimo porsi qualche dubbio. Ma, entrando nel merito, vediamo per cui ritengo sbagliata questa proposizione anche sotto il profilo ambientale, economico, sociale, metodologico e scientifico.
    Ambientale perché è ormai chiaro a tutti che la qualità della vita dipende dal tipo di equilibrio che raggiungiamo con l’ambiente che ci circonda e il consumo del suolo è uno dei maggiori pericoli per il precipitare di questo equilibrio. Il contatto con la natura che tanto ci manca non dobbiamo raggiungerlo continuando ad antropizzare nuovi territori, ma rinaturalizzando quelli che abbiamo già compromesso. Se volete approfondire questo aspetto vi invito a fare una rapida carrellata delle foto aeree dettagliate di Google Hearth di Assemini, Il Cairo o Città del Messico e poi di Stoccolma o Amsterdam e vedete a cosa siamo più vicini.
    Sotto il profilo economico il consumo a carattere estensivo di nuovo territorio per l’edificazione presenta un rapporto tra costi e benefici assolutamente svantaggioso, con maggiori costi di costruzione unitari, maggiori costi di conduzione degli edifici, creazione di ricchezza fittizia (perché è la stessa cosa che vendersi l’argenteria di famiglia) e poco mobile, concentrata nelle mani di pochi e con la creazione di posti di lavoro limitati alla sola fase costruttiva. Senza considerare che il ricorso continuo alle nuove edificazioni disincentiva la capacità imprenditoriale di chi possiede i mezzi, venendo meno a una importante funzione sociale. Inoltre è bene considerare che, con le attuali tendenze, l’agricoltura riacquisterà sempre maggiore centralità e non si comprende per quale motivo dobbiamo depauperare la risorsa (limitata!) più importante per poterla esercitare.
    Dal punto di vista sociale mi pare inopportuno sostenere la volontà di creare un sobborgo che incarni la good town, in contrapposizione con tutto il resto, la bad town, un dentro e un fuori. Un sobborgo che tra l’altro sarebbe solo una rappresentazione estetica del bel vivere, e molti dei guai della nostra società derivano proprio dalla preminenza dell’estetica sui contenuti.
    É contestabile anche il metodo con cui tutto ciò è stato presentato, perché appare una proposta inorganica e sganciata da qualunque strategia, ammesso che ce ne sia una, sembra un episodio isolato privo di prospettiva. Il principio delle città giardino era un principio totalizzante, riguardava la strutturazione dell’intera città, perché voleva riformare l’intera vita. Così, utilizzato per pezzi, non è nulla, è un vuoto estetico (di carattere tutto da verificare, peraltro) appunto, ma qui dovremmo fare governo del territorio ed ogni scelta deve essere ponderata, necessaria e valutata in tutti i suoi aspetti, non si può fare qualcosa così, tanto per fare, magari perché non si sa dire di no a qualcuno.
    È poi sbagliata dal punto di vista scientifico perché è necessario segnalare che dai tempi di Gropius, la disciplina ha continuato a dibattere e studiare e oggi la frontiera, il tema in discussione è incentrato, manco a dirlo, proprio sulla limitazione al consumo del suolo e sulle metodologie per conseguirlo. Lo dico brutalmente: oggi, quando si mette mano alla pianificazione urbanistica per il governo di un territorio e di un ambiente, non è detto che si debba pianificare il consumo di nuovo territorio, e se lo si deve fare, lo si fa in estrema ratio. Anzi la sfida deve essere proprio quella di riuscire ad evitarlo. Questo, che ci piaccia o meno, è il tema che la storia ha consegnato a noi e al nostro tempo. Noi siamo i primi perfettamente consapevoli degli effetti delle azioni umane sull’ambiente, siamo i primi a incominciare a vedere le conseguenze di questi effetti e ad essere consapevoli che siamo molto vicini al punto di non ritorno. A noi la scelta sul futuro che vogliamo trasmettere a chi ci seguirà, ammesso che gliene vogliamo lasciare uno. A noi la scelta di giocare apertamente la sfida che ci è stata assegnata, oppure girare la testa, ignorare di sapere quello che sappiamo e agire come se stessimo vivendo trenta, quaranta o anche 150 anni fa, come sembra che qualcuno voglia fare.
    Strettamente connessa con la volontà di creare un pezzo di città-giardino è quella di traslare il tracciato della SS. 130. Le logiche mi sembrano più o meno le stesse che animano l’idea della città giardino, anzi direi che l’una diventa causa e giustificazione dell’altra. L’attuazione di questa ipotesi, oltre al tracciato, traslerebbe anche il problema, ma di sicuro non lo risolverebbe. Lo stiamo solo trasferendo ai posteri. Vogliamo provare a disegnare lo scenario prossimo nel caso in cui si attuino queste due proposizioni? Il centro abitato, inizialmente si espanderebbe verso la nuova 130, con una bassa densità edificatoria, ma nel tempo, a seguito di una crescente spinta della domanda, sarebbero aumentati gli indici, fino ad uniformarli con quelli del resto del centro abitato, per arrivare a replicare la situazione odierna, ma essendoci giocati una gran fetta della risorsa più importante: il territorio. Credo invece che si debba seriamente pensare ad attrezzare adeguatamente il tracciato della SS. 130 per garantire la sua compatibilità con gli edifici limitrofi. Con barriere al rumore, per esempio, possibilmente naturali, in modo da garantire anche qualità estetiche e capacità di attenuazione della concentrazione di gas di scarico e magari fare un ragionamento sull’ipotesi di abbassare di qualche metro la quota della attuale pavimentazione (sul modello di quello che ha fatto Barcellona per un tratto della Gran Via). Ma soprattutto non limitiamoci a spostare il problema, ma affrontiamolo e risolviamolo.
    Si può essere d’accordo o meno con quanto ho affermato, ma qualunque sia la vostra opinione, io chiedo di entrare nel merito delle cose, così come ho tentato di fare io. Discutiamo, esplicitiamo i pensieri, solo così capiremo il senso delle cose, solo così distingueremo le posizioni strumentali a interessi particolari, e dunque fragili, da quelle discutibili, ma limpide. Non accettiamo in nessun caso proposizioni espresse per slogan, pretendiamo dettagliate motivazioni. Immagino però i retropensieri di chi oggi ha la responsabilità della gestione del PUC, mi pare di sentirle: eh già, oggi che tocca a noi, dobbiamo condividere, prima che toccava a loro, ci hanno escluso. E come dargli torto, avrebbero ragione (a parte che sembra di vedere quelli che litigano su chi debba salire prima sulla scialuppa e intanto la nave affonda). È la verità, fino ad ora ad Assemini non conosciamo il significato della parola “coinvolgimento” nel suo senso più pieno, fino ad ora, chi ha guidato, di volta in volta, ha preferito controllare i procedimenti, ne è stato giudice più che cronista. Forse è anche per questo che ad oggi non abbiamo ancora un PUC. Per quanto possa esserci buona volontà, ho qualche dubbio che l’attuale maggioranza, così variegata possa approvare definitivamente il PUC, per cui credo che sarebbe saggio da parte del PD, iniziare oggi quel lungo processo (che coinvolga tutti i soggetti – politici, cittadini e forze sociali) per la sintesi di un modello sociale ed economico innanzitutto, e per il conseguente assetto territoriale, assumendo fin d’ora l’impegno ad aprire realmente il processo a tutti i cittadini.

  2. Francesco Says:

    Contrariamente all’estasi di qualcuno, l’idea di affrontare un tema così complesso come lo sviluppo urbanistico attraverso un blog non mi affascina, per quanto ciascuno di noi possa avere capacità di sintesi le problematiche di carattere economico, sociale, finanziario ecc. che sottintendono all’elaborazione di un Puc devono subire la loro elaborazione critica in sedi e tempi in cui le riflessioni possono essere espresse compiutamente, se non a rischio di scadere in sterili valutazioni superficiali.
    L’intervento di Roberto stimola tuttavia alcune valutazioni sul concetto di città giardino comparso nelle linee generali del PUC e sui suoi possibili sviluppi
    Intanto non demonizzerei completamente il concetto di città giardino in sè, in quanto se e‘ vero che, come tutti i modelli di città ideale teorizzati dagli utopisti, ha incontrato delle difficoltà nella concreta attuazione è anche vero che ha avuto il merito di seminare i germi di alcuni concetti cari alla sinistra eal mondo operaio in generale, doveva infatti essere uno dei mezzi, insieme ad una efficace politica delle aree e ad una rigorosa politica fiscale, per raggiungere quello che dovrebbe essere l’obiettivo principale dell’azione pubblica, cioè la costruzione di alloggi a basso costo per le classi deboli.
    Non solo, Howard per esempio, uno dei maggiori fautori di tale concetto, proprio al fine di prevenire e combattere la speculazione edilizia e lo sfruttamento estensivo del territorio ipotizzava dei limiti oltre i quali una città non doveva più aumentare ulteriormente in superficie e popolazione.
    Certo dubito che nell’elaborazione delle linee generali del PUC si sia voluto tener conto di questi principi e valori .
    Ma tant’è le idee mantengono i connotati originari solo sinchè sono i loro creatori a cercare di metterle in pratica, probabilmente lo stesso Trystan Edwards, richiamato da Roberto, scagliava i suoi strali non tanto sulle idee di Howard quanto su ciò che già allora andava sostituendosi agli ideali originari del movimento.
    Immaginiamo infatti cosa sia potuto accadere laddove i limiti all’utilizzo del territorio siano stati scavalcati.
    Morale della favola non mi spaventa tanto l’idea che nelle linee generali del Puc si richiami il concetto di città-giardino quanto l’uso distorto che di esso si vorrà fare.
    Una delle possibili distorsioni potrebbe proprio essere quella di legittimare una nuova ventata di sfruttamento estensivo del territorio o peggio ancora legalizzare sfruttamenti del suolo già illegittimamente posti in essere.
    Obiettivo spesso perseguito attraverso la paventata necessità delle nuove esigenze abitative e della ripresa dell’attività edilizia.
    Ma chi ha detto che questi obiettivi si raggiungono necessariamente con uno sfruttamento estensivo del suolo?
    Bisognerebbe capire se “è proprio necessario trovare nuove aree fabbricabili o se magari è sufficiente usare bene quelle che abbiamo.”
    Diceva bene al riguardo Roberto qualche tempo fa quanto ipotizzava uno sviluppo qualitativo del territorio, “che parta dall’attuazione di politiche di incentivazione all’uso intensivo del patrimonio esistente e non escludendo che la ripresa economica dell’attività edilizia potesse ripartire anche con la ristrutturazioni e il recupero del patrimonio esistente.”
    Si tratta di un ipotesi ovviamente non di certezza che tuttavia meriterebbe di essere analizzata.
    Anche se mi rendo conto che per alcuni ( non certo la maggioranza dei cittadini) questa prospettiva ha dei notevoli inconvenienti:
    costruire è probabilmente dal punto di visto dell’imprenditore e del proprietario terriero economicamente più proficuo che restaurare;
    un piano urbanistico improntato prevalentemente sulla qualità degli interventi riduce la speculazione edilizia.

    Incovenienti non di poco conto, non si può dimenticare che ad Assemini la Lobby dei proprietari terrieri e degli imprenditori ha avuto sempre un notevole peso politico, capace di condizionare, all’occorrenza con accordi trasversali, i vari governi che si sono succeduti.
    E’ forte l’impressione che le divergenze in consiglio comunale sulle questioni urbanistiche siano frutto delle pressioni dell’uno o dell’altro gruppo di potere, si ha la sensazione che le maggioranze che verranno a costruirsi dentro e fuori il consiglio possano essere trasversali.
    Appaiono lontani i tempi in cui le posizioni di maggioranza e minoranza erano ben delineate, lo scontro sugli strumenti urbanistici viveva sulla dualità correlata all’indice di edificabilità, la necessità da parte di alcuni di agevolare l’edilizia popolare, la necessità da parte di altri di salvaguardare il potere economico dei latifondisti. Oggi che le cooperative rosse sono scomparse il problema neanche si pone( anzi per la verità non sono scomparse hanno però distorto le loro finalità).
    A sinistra e a destra le pressioni forti hanno la medesima finalità e il medesimo obiettivo: il PUC non come strumento di salvaguardia e di sviluppo razionale del territorio ma il PUC come strumento di aggressione edilizia da piegare ai bisogni dei nuovi e vecchi ricchi.

    Incuranti del fatto che molti danni al territorio sono già stati causati.
    I fatti drammatici di questi ultimi anni non sono solo da ricondurre ad un calamità naturale, ma ad uno sviluppo edilizio non razionale che ha creato violenza ad alcune peculiarità naturali del suolo, alterandone percorsi e vie di fuga, e ignorando i rischi di dissesto idreogeologico.

    La mia convinzione è che non a caso Sestu, Capoterra e Assemini hanno un comune denominatore: i danni verificatisi sono conseguenza di uno sfruttamento edilizio del territorio oltre la soglia della sua naturale sopportabilità.

    Questo oramai dovrebbe essere il principale argomento di discussione, ma la mia impressione è che tale constatazione, pur essendo ben presente nella classe politica locale, sia vissuta come un prezzo da pagare in nome della salvaguardia degli equilibri politici.

  3. Alberto Nioi Says:

    “..Se tutti vanno a vivere nel bosco, poi il bosco non c’è più!”
    Non ricordo più chi lo ha detto e dove ho letto questa frase, ma la sua semplice efficacia è tale che è stato difficile per me dimenticarla.
    Il concetto è piuttosto elementare e vale ovviamente anche se lo trasponiamo parlando di campagna: possiamo continuare a chiamare così un luogo che in tanti scelgono per mettere su casa (sperando si tratti almeno della prima), e che diventerà un pezzo di città?
    Io credo di no!
    Credo di no, in primo luogo perché la città giardino, di questo stiamo parlando, nasceva con l’idea di essere autosufficiente, distinta e distante, si direbbe oggi, dalla città caotica e invivibile, e dove per giardino si intendeva la campagna produttiva, le fattorie, i pascoli, le coltivazioni. Tutte belle cose che non mi pare rappresentino il presupposto che ha ispirato questa ipotesi da applicare oggi nella panificazione del nostro territorio.
    Quindi, ha ragione Roberto del quale condivido totalmente i ragionamenti fatti, per cui chiamerei le cose col giusto nome: si sta pensando a nuovi quartieri residenziali, modello Poggio dei Pini per intenderci, punto e basta.
    In secondo luogo, come afferma la tesi introduttiva, se tutti quanti vanno a vivere in campagna finisce che la campagna sparisce e lascia il posto ad un’altra cosa, un ibrido indefinito che in breve perderà la sua forza catalizzatrice scaricando però sull’intera città, e la sua comunità, tanti problemi, come quello dei collegamenti col centro e i suoi servizi essenziali, giusto per fare un esempio.
    Ma il più serio dei problemi sarà dato dal consumo irreversibile della risorsa territorio, del quale ci eravamo detti, avremmo dovuto fare un uso accorto in considerazione delle grandi potenzialità del comparto agricolo e vivaistico.
    Si perché ce lo siamo detti più volte!
    Basterebbe leggere gli atti, le delibere e le relazioni varie prodotte in questi lunghi anni di gestazione tecnica e politica del PUC, per rendersi conto della sostanziale incongruenza tra queste benedette linee di indirizzo e i pareri tecnici prodotti dai diversi consulenti che hanno lavorato alla stesura di P.U.C., Piano Strategico Comunale e Piano e Piano Strategico di Riqualificazione Ambientale.
    Si tratta di una vecchia abitudine di certa classe politica che dai propri consulenti vuole sentirsi dire esattamente quello che ha già deciso di fare e se questo non si verifica, decide lo stesso. A prescindere.
    È possibile per esempio, con un po’ di pazienza, verificare le evidenti discordanze tra le indicazioni fornite come detto dal Piano Strategico Comunale, (http://www.comune.assemini.ca.it/pdf/piano_strategico_indirizzi_strategici.pdf ), o dalla V.A.S. del Piano Urbanistico Comunale ( http://www.comune.assemini.ca.it/PUC/relazioni/VAS.pdf ) come dal Piano Strategico di Riqualificazione Ambientale (http://www.comune.assemini.ca.it/riqualificazione_ambientale/relazione_fase_II.pdf ) tutti regolarmente approvati in consiglio, e le linee di indirizzo approvate di recente (come anche quelle del 2006, giunta di centro-sinistra) che puntano come si sa all’ampliamento della città oltre la SS130 e allo spostamento della stessa statale in un tracciato più a nord di quello attuale.
    E’ evidente che anche ipotizzare lo spostamento della statale, (ma è competenza dei comuni definire il percorso di una strada come questa?) equivale ad aprire l’argine ad una prevedibile ondata edificatoria in zone oggi precluse e quindi muoversi sulla stessa linea di pensiero che ha ispirato l’idea della “città giardino” in salsa asseminese.
    Già gli studi fatti dal Prof.Angelo Aru (http://itaca.unicafor.it/video/20080327.html ) quindi anni fa, in qualità di consulente del comune per il piano urbanistico, evidenziavano le potenzialità della zona agricola per la qualità dei terreni e la vivacità del comparto che deve (doveva?) molte delle sue fortune alla vicinanza con la città capoluogo.
    Lo studioso già da allora suggeriva all’Amministrazione la necessità di incentivare la ricomposizione fondiaria e superare la grande frammentazione delle proprietà per spingere verso un’agricoltura più competitiva pronta ad accogliere le sfide che i nuovi mercati avrebbero di li a poco portato.
    Naturalmente quelle indicazioni si tradussero in norme tecniche ma queste non piacquero ai diversi gruppi portatori di interesse che, come spesso capita in questi casi (ha ragione da vendere Francesco nel suo post), trasversalmente ne ostacolarono l’approvazione da parte del Consiglio Comunale.
    A distanza di molti anni, al cospetto di una comunità ormai quasi rassegnata, quella storia si ripete e le consulenze tecniche si traducono in scelte politiche assolutamente contraddittorie.
    Anche un neofita può notare come, nella planimetria dell’agro allegata al Piano, l’area da destinare ad uso agricolo soffra la stretta vicinanza di nuove aree a destinazione più disparata: la zona G6 per attrezzature di interesse generale per l’area vasta di Cagliari, la zona D2 per le attività artigianali, la zona G7 per gli impianti sportivi e attività correlate e dulcis in fundo la zona D3 per attività connesse al mercato agro-alimentare realizzato sul confine tra Assemini e Sestu.
    E qui apro una parentesi. L’idea di sacrificare ettari ed ettari di altro territorio a vocazione agricola ipotizzando attività imprenditoriali a supporto (?) del mercato di Sestu a me sembra una scelta strategicamente sbagliata, oltre che rappresentare la legittimazione di un’operazione immobiliare che è stata un vero sconcio urbanistico con effetti negativi, come era facile prevedere, anche nel nostro territorio.
    Non si puòe mettere il carro davanti ai buoi: prima rilanciamo e sosteniamo al massimo l’agricoltura ed il vivaismo e poi, se serve, pensiamo a costruire i capannoni per i depositi per le derrate o per il confezionamento dei prodotti. Attualmente l’unica struttura di questo tipo esistente nella zona agricola di Assemini, nata circa 15 anni per il confezionamento del pomodoro si trova in condizioni di semi-abbandono e del tutto sottoutilizzata.
    Detto questo, la domanda sorge spontanea: se a tutte queste nuove zone urbanistiche, aggiungiamo l’area che dovrebbe occupare la prossima SS130, l’area occupata da centinaia di residenze irregolari e l’espansione della auspicata “città giardino”, cosa rimane da destinare all’uso agricolo?
    Risposta: rimane molto poco!
    Tutto il comparto delle produzioni orticole e floro-vivaistiche era o no un punto di forza della nostra economia, risorsa strategica da salvaguardare e sviluppare?
    Altra risposta: purtroppo si!
    Cari Roberto e Francesco temo purtroppo che ormai i buoi siano scappati dalla stalla e il tempo sia scaduto, non foss’altro che per i fiumi di danaro sin qui spesi, e onestamente non so se questo genere di riflessioni facciano bene o aggravino la sensazione di impotenza e frustrazione che molti di noi vivono evocando la vicenda PUC.
    E’ molto probabile che questa nostra comunità dovrà gestire nei prossimi anni, il suo sviluppo urbanistico con uno strumento evidentemente inadeguato, che presenta si alcuni elementi di novità interessanti ma che complessivamente non sarà in grado di rispondere compiutamente alle esigenze di un tessuto sociale e produttivo che non è fatto solo di palazzinari e agricoltori riconvertiti al mattone. Un piano che anzi rischia di compromettere in modo irreversibile il possibile uso razionale, economicamente redditizio nel lungo termine ed ecologicamente sostenibile sul piano ambientale, di vaste fette di territorio.
    Su certi temi avrei preferito che il centro-sinistra avesse marcato una differenza di posizioni rispetto al centro-destra, meno unanimità con la parte avversa, più dibattito, dentro e fuori dal palazzo. Così non è sempre stato.
    Mi sento tuttavia di dire che le responsabilità di scelte che ritengo sbagliate e dannose per Assemini, siano da imputare equamente fra i diversi schieramenti politici, anche se, mi rincresce dirlo, riconosco la mia, la nostra, parte politica come quella che ha avuto maggior peso in tutta questa partita.
    Il Piano Urbanistico Comunale presumibilmente non rappresenterà un’opportunità per tutti ma l’ennesima occasione da cogliere per pochi, e sarà un peccato.

  4. Roberto Spina Says:

    Alcune riflessioni ai commenti di Francesco e Alberto:
    Visti i risultati ho paura che le problematiche di carattere economico, sociale, finanziario ecc. affrontate in sedi ben più importanti non siano state affrontate troppo approfonditamente. E sinceramente non capisco perché il web non dovrebbe essere un “luogo” adatto a discutere di queste cose. Il web è uno strumento, un mezzo in più attraverso il quale esprimersi, che allarga le possibilità di dialogo, quindi un arricchimento. Punto, questo è e non bisogna pensare che sia quello che non è. Non è il luogo dove si decide per esempio, ma dove si discute si. E si discute anche meglio per diversi motivi, primo perché la discussione è scritta. La discussione scritta ti costringe a verificare quello che dici, è una discussione con un grado di riflessione maggiore della parola parlata. E poi supera i limiti fisici della compresenza e della sincronia. Sono state troppe le riunioni a cui ho partecipato in cui tutti, ma proprio tutti intervenivano a braccio (con leggerezza, direi) su temi anche complessi, spesso lasciando il nulla più assoluto, già allora auspicavo la parola scritta. E poi è aperto a tutti. E’ finito il tempo delle discussioni fra pochi eletti, la società è cambiata, non c’è più la massa incapace di elaborare, quelli che vogliono intervenire, partecipare, devono avere la possibilità di farlo.
    Sul concetto di città giardino ribadisco che è una teoria che è fallita nella sua concezione originaria e che nello stimolare il dibattito sul miglioramento delle condizioni dei lavoratori ha prodotto una ricchissima elaborazione che ha portato già nel primo dopoguerra (e fino ad oggi) a individuare altre tipologie edilizie e urbanistiche quali soluzioni del problema. Tali conclusioni sono oggi rafforzate da valutazioni di compatibilità socio-economico-ambientali.
    Ad Alberto voglio dire che capisco il suo pessimismo ma che nulla è perduto. Ho avuto modo di scoprire che esiste la possibilità di rinaturalizzare i territori (e ti posso garantire che quando l’ho constatato ho tirato un bel respiro di sollievo). Certo non è semplice, pensate ai casi di Roma antica, che dopo il milione di abitanti dell’impero è passata a poche decine di migliaia di persone, restituendo alla campagna estensioni enormi subito ricolonizzate dalla natura, o a Saigon bombardata e dunque inaccessibile all’uomo e ricolonizzata a sua volta. Sono casi limite lo so, ma servono a dire che la rinaturalizzazione non è un fenomeno precluso, esiste in natura ed è nelle nostre disponibilità, si tratta, come si registra in altri casi meno estremi, in definitiva di una scelta umana, di consapevolezza e di volontà.

  5. Francesco Says:

    Non so mi sembra che si faccia un po di confusione: le problematiche di carattere economico, sociale, finanziario ecc. sono state adeguatamente e con cognizione di causa affrontate nel corso di questi anni dai tecnici incaricati di predisporre gli elaborati allegati al PUC ( che poi ne sono parte integrante), in particolare le mie osservazioni sullo sfruttamento indiscriminato del suolo e sui rischi di carattere idrogeologico, nascono dalla lettura di quei documenti, alcuni dei quali già prima dell’alluvione del 1999 preannunciavano haimè ciò a cui saremo andati incontro.
    Paradossalmente il ritardo di questi anni nell’approvazione e la conseguente riproposizione del PUC avrebbe consentito alla classe politica la possibilità di dettare indirizzi generali avendo già a disposizione le analisi socio-economico-finanziarie-idroegelogiche ecc.

    Il problema riguarda semmai la interpretazione eccessivamente discrezionale e arbitraria che di quelle valutazioni ha fatto la classe politica, poco incline a sacrificare i propri interessi familiari e di gruppo a quelli generali e che nelle scelte di governo urbanistico del territorio non ha tratto conseguenze coerenti hai principi derivati da quegli studi , le quali avrebbero comportato probabilmente scelte drastiche e anche antipopolari.

    Anzi dirò di più quando qualcuno ha avuto il coraggio di dire ciò che pensa sull’argomento è stato ridicolizzato, vedi le recenti esternazioni di Mazzullo e di Mameli che potranno anche essere state estreme ma che avrebbero meritato un minimo di maggiore riflessione generale sotto il profilo tecnico .

    Per cui va chiarito che le valutazioni tecniche sull’argomento dal 1993 al 2009 sono state egregiamente fatte, le discussioni politiche e pubbliche sono state molteplici, numerose e a volte eccessive nel corso di questi 16 anni, non è mancata la discussione, ma ribadisco il problema è che nel corso di queste discussioni il peso maggiore lo hanno avuto i gruppi di potere economico e fondiario.

    Io credo che Alberto diplomaticamente volesse dire “Non ci si può lamentare delle scelte che subiamo oggi se alle discussioni di ieri non eravamo presenti”, il suo più che un atteggiamento pessimistico vuole essere invece un invito alla partecipazione, non solo alla discussione ma anche alla decisione, ciò che comporta sacrificio ma che è l’unica soluzione per non subire scelte altrui.

    Bisogna poi essere coerenti quanto meno con se stessi, fino a qualche mese fa sentivo diversi compagni lamentarsi dell’inerzia del gruppo consiliare in ordine alla situazione di stallo sull’approvazione del PUC, ricordo alcune frequenti affermazione “meglio un cattivo PUC che niente”ecc.
    Personalmente non ero animato dalla stessa frenesia.
    Tuttavia oggi che il gruppo consiliare si adopera comunque per favorirne l’approvazione viene tacciato di non comprendo bene quali responsabilità sull’argomento.

    Atteggiamento inspiegabile, considerato che dalla lettura dei verbale del consiglio comunale le differenze rispetto ad alcune posizioni del centrodestra appaiono evidenziate, mentre le distanze rispetto a precedenti proposte del centrosinistra sono esigue.
    Insomma se vogliamo riconoscere delle responsabilità al gruppo consiliare facciamolo su questioni concrete, che sicuramente ci saranno, ma non poniamoci come un opposizione precostituita all’opposizione.

    Sulle concetto di città giardino confermo quanto già detto, al dilà dell’anacronismo del modello urbanistico, sarebbe già tanto che tale previsione fosse stata animata da un pensiero rivolto alle classi deboli.

    Sull’inopportunità di proseguire la discussioni sul PUC attraverso il Blog ribadisco che l’argomento richiede il confronto contestuale di planimetrie, elaborati tecnici ecc. senza i quali la discussione non può che limitarsi a valutazioni di carattere generale, posto che non tutti hanno disposizione lo stesso materiale di riflessione e di analisi.

    Roberto dice:
    “ E’ finito il tempo delle discussioni fra pochi eletti, la società è cambiata, non c’è più la massa incapace di elaborare, quelli che vogliono intervenire, partecipare, devono avere la possibilità di farlo.”

    Mi viene un dubbio: ma se così fosse avremo perso le elezioni?
    Francesco


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